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American Uncle: come un'intuizione è diventata ecommerce di successo

American Uncle sito

Un ecommerce che è il paradiso di ogni goloso, che ci porta con la mente e il palato negli USA: da piccolo sogno imprenditoriale si è trasformato in un’azienda che ha infranto il muro del milione di fatturato. Ho chiesto ad Alessandro Gargiulo, co-proprietario e partner operativo specializzato in acquisizione clienti, di svelarci come è stato possibile far nascere American Uncle.

Da dove arriva l'idea di American Uncle?

American Uncle è nato da un’intuizione, da molto coraggio e da un piccolissimo investimento. Chi ha messo insieme questi tre elementi è stato Alessandro Odierna, un ragazzo salernitano classe ’95, che aprì nel 2015 una pagina Facebook iniziando a vendere snack made in USA, la maggior parte introvabili in Italia.

All’inizio, con un minimo investimento (circa 200 euro di Facebook Ads) Alessandro generò un fatturato di 2.500 euro. Gli ordini erano gestibili e gli introiti venivano immediatamente reinvestiti per acquistare nuove forniture: i prodotti erano circa 30 e i ritmi di vendita di poche spedizioni settimanali. Era ancora una fase embrionale di un progetto che più in là sarebbe decollato alla grande.

Quando lo incontrai, a un evento di marketing, capii immediatamente che volevo avere a che fare con lui, che questa idea di far assaporare l’America agli Italiani aveva del potenziale e mi dissi: “Ehy, forse è arrivato il momento di fare sul serio”. 

Mi racconti quali sono state le fasi più importanti del progetto e le persone che ne hanno fatto parte?

Nel 2016 nasce il primo ecommerce www.americanuncle.it e a bordo saliamo io, come consulente di performance e tecnico, Alessandro Sportelli, come consulente strategico, e Ribrain, agenzia napoletana che ha curato naming, brand identity e posizionamento del marchio.

Abbiamo così lavorato in sinergia e investito ancora, autofinanziandoci. Sempre cifre non da capogiro, che ci consentissero di muovere le acque rimanendo però saldamente ancorati alla riva, consci dei limiti che ogni azienda ha all’inizio.

A luglio del 2017 avviene la prima vera svolta, che ci costringe a una virata improvvisa ma necessaria.

Convertiamo un investimento di 1.000 euro in 20.000 e siamo letteralmente costretti a ristrutturarci: gli ordini sono troppi, la logistica non tiene il ritmo degli acquisti, le scorte di materiale finiscono in brevissimo tempo.

Rivoluzioniamo quindi il magazzino per aumentarne la capacità fisica e gestionale e, al contempo, ci dedichiamo ad un restyling del sito usando inizialmente WooCommerce e partiamo con larghe procedure di marketing automation, che ci sollevano dall’iterazione di diversi compiti.

In quale momento e perché Shopify è entrato nella storia di American Uncle?

Come raccontavo prima, a febbraio del 2018 abbiamo iniziato i processi di automazione. È stato più o meno in quel momento che abbiamo scelto Shopify.

Il perché è molto semplice: è più veloce, consente performance più alte a costo minore, ha un set up facilissimo anche per chi è alle prime armi e si fonda su processi agili, consentendoti di concentrarti su altri aspetti del tuo business invece che su quelli tecnici dell’ecommerce. Insomma, per noi esser passati a Shopify ha significato –" letteralmente –" avere un pensiero in meno. 

Una startup, del Sud, guidata da un CEO giovanissimo. Quali sono stati gli ostacoli più duri da superare?

Alessandro, all’inizio, ha dovuto scontrarsi con una realtà non delle più rosee. In un tessuto sociale ed imprenditoriale dove la fiducia è dura da conquistare (da parte dei clienti ma anche dei fornitori) e dove la burocrazia spesso ti fa venir voglia di rinunciare ai sogni, American Uncle ha tenuto duro e superato ostacoli di diversa natura.

In primo luogo, come dicevamo prima, ostacoli di adeguamento logistico e di approvvigionamento. Poi, quelli che in genere vengono definiti “happy problems”: una grande crescita, che ci ha visti passare da un’azienda familiare ad una più strutturata in pochissimo tempo, con tutto ciò che ne consegue a livello finanziario e di processi.

I numeri di American Uncle

Come ci siete riusciti?

Ho questa piccola massima, che in realtà è tratta da una storia vera, che è quella di American Uncle: “Ragiona sempre come se fossi una grande azienda, anche se non hai i numeri, e fallo in modo smart”.

È stato il nostro mantra e la nostra linea guida in fatto di business development. Un occhio sempre attento a come venivano investiti i capitali, alle spese, agli approvvigionamenti. Un’aderenza maniacale ma flessibile al nostro modello di business, capace di avere spesso degli slittamenti e il saper adeguarsi con naturalezza a questi cambiamenti.

Il punto forse più importante però è stata la pianificazione finanziaria adeguata, unita a processi interni stabiliti, che hanno fatto in modo che ogni reparto fosse davvero concentrato sui propri compiti e sulle proprie priorità. Questo ci ha permesso di arrivare a 1.2 milioni di euro di fatturato tra il 2017 e il 2018.

Non so se sia un successo replicabile o valevole per tutti, ma di sicuro è così che abbiamo lavorato e penso proprio che continueremo a farlo!

Toglimi una curiosità: il cibo americano, in un paese come l'Italia, poteva essere una "missione kamikaze".  Come mai, invece, si è rivelato un successo?

È una domanda che all’inizio penso un po’ tutti si pongano. Il punto è che davvero vogliamo “far assaggiare l’America” a tutti i nostri “nipotini”, come affettuosamente chiamiamo i clienti dello “Zio d’America”.

Pensiamo sempre all’Italia come alla patria dell’arte, di luoghi incantevoli e del buon cibo. Ma esiste anche un immaginario correlato al cibo made in USA, che è costituito, per noi europei e in particolare per noi Italiani, da tutto quello che ci arriva attraverso lo schermo, prima della tv e del cinema, oggi da tutta l’offerta on demand.

Pensiamo ai film degli anni ’80 (come ad es. I Goonies), pensiamo alle serie di animazione, a Netflix, ai telefilm.

Tutti noi conosciamo le barrette o le chips che vengono consumate dai protagonisti, le salse usate negli immancabili barbecue in giardino o i dolci che preferisce Homer Simpson.

Ecco, questo è il mondo a cui ci ricolleghiamo e che ha una connotazione positiva. In più, non tralascerei quello che nel marketing si chiama “effetto nostalgia”.

Il personaggio dello "Zio d'America" è un retaggio di certe storie di vita, legate soprattutto all'infanzia. È il motivo per cui avete scelto questo nome?

Chi è lo zio d’America?

Per noi italiani è spesso un racconto: quasi tutti, soprattutto al Sud ma anche al Nord, hanno sentito parlare di questo parente, uno zio appuntoma poteva anche essere un cugino o un parente alla lontanaemigrato per cercare fortuna in un paese straniero.

Lo Zio d’America è un migrante. Una persona buona, che non perdeva l’occasione di inviare regali o denaro dagli Stati Uniti a chi invece era rimasto nella propria terra. I bambini spesso non lo avevano mai visto ma sapevano della sua generosità e la potevano assaporare nei famosi “pacchi” che lo zio inviava.

Dentro, molto spesso, c’erano caramelle e dolciumi che nessuno aveva mai visto né assaggiato. A questi racconti dobbiamo la genesi del nome e la primordiale personalità del marchio.

Successivamente “lo Zio” è diventato più ironico e dissacrante, come si evince anche dal tono di voce utilizzato nella comunicazione di American Uncle. È sempre benevolo con i suoi “nipoti” e fa sempre molto affidamento su tutti gli “aiutanti dello Zio” (come vengono chiamate tutte le persone in azienda).

So che la vostra politica è quella di non applicare nessun sistema di scontistica. Ci dici di più?

Come si legge anche sul nostro sito, il nostro obiettivo è “regalare un’esperienza unica, da ripetere più di una volta e tesa ad emozionare chi vorrebbe sentirsi un po’ in America ma, per un motivo o per un altro, non può.

Questo, infatti, è uno dei motivi principali che spiega l’esistenza di American Uncle, se non l’unico: appassionare, entusiasmare e dare la possibilità a chi voglia farlo di poter coltivare quel sogno americano sempre troppo tenuto nel cassetto perché apparentemente irraggiungibile, ma ora un po’ più vicino e tangibile grazie allo Zio.”

Non applichiamo sconti per questo motivo: siamo interessati a entrare in relazione con i nostri clienti, ad appassionarli ed emozionarli, non semplicemente a vendere più prodotti.

Vogliamo far loro vivere un’esperienza unica, differente da tutte le altre e, comunque, su misura. Integrità, qualità e imballaggio sicuro sono ciò che le persone troveranno in ogni box, insieme ovviamente al loro assaggio d’America preferito.

Ci lasci un consiglio o un pensiero su chi, magari, ha una buona idea e non riesce a decidersi a fare il grande passo e metterla finalmente in pratica?

Per anni anni ho avuto come sfondo del mio smartphone due semplici frasi, nero su bianco: "Stop doing shit that you hate" e "How bad do you want it?" ovvero "Smettila di fare cose che odi" e "Quanto lo desideri davvero?" con accezione quasi viscerale.

Queste due frasi in passato mi hanno motivato a intraprendere ciò che faccio oggi e anche se non le leggo più ogni giorno, cerco ancora di ripetermele di tanto in tanto.

Non esistono ragioni valide per perdere tempo e lasciare andare le cose che vogliamo fare. Quando ci diciamo di non avere tempo è solo una scusa che diamo a noi stessi perché di tempo ogni giorno ne perdiamo fin troppo.

Il mio unico consiglio è di fare il primo passo, perché la parte più difficile di fare 100 flessioni è iniziare a fare la prima. Il resto è forza di volontà.

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